Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere. Le storie e i sogni sono verità rivestite d'ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio.
Ipse dixit
Nuovo concorso: indovina chi ha detto le due frasi, e non vinci una mazza !!!
Jan Palach
Simbolo di una gioventù che non rinuncia alle proprie idee
Quante persone, leggendo il nome della nostra associazione, si saranno interrogate sull'origine e sulla storia del personaggio, il cui nome campeggia su ogni nostro volantino o sul nostro giornale.
Non è semplice cercare di spiegare chi era Jan Palach e, soprattutto, asserire se debba essere considerato un simbolo di destra o un simbolo di sinistra, perché è molto facile cadere in scontati giudizi e frasi fatte.
Jan Palach era un giovane studente di Praga, che aveva studiato per sei mesi in Unione Sovietica ed intendeva laurearsi in filosofia con una tesi su Marx e la Terza Internazionale, che si diede fuoco, dopo essersi cosparso di benzina, alle ore 15 del 16 Gennaio 1969, nella piazza più importante della sua città, Piazza San Venceslao; lasciò una lettera, nel sacco lanciato qualche metro più in là prima di appiccarsi fuoco, un breve testamento politico, l'annuncio di un'intenzione: "Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 Gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale ed illimitato, una nuova torcia s'infiammerà."
La lettera manifesto era firmata: la torcia numero uno. Infatti diede il via ad una tragica staffetta: altri 17 giovani cercarono il suicidio nelle giornate successive, almeno altri due morirono (una studentessa ed un giovane operaio), ma lo squarcio di verità venne rapidamente chiuso dalla censura del regime.
Non decise di morire così platealmente per chiedere il ritiro delle truppe del Patto di Varsavia come qualcuno ci vuol far credere, lui e gli altri chiedevano la fine della censura sulla stampa e il divieto di pubblicazione per il giornale dell'esercito occupante.
Anche per questo, quel suicidio è divenuto il simbolo di un popolo umiliato, eppure capace di non rassegnarsi. Per capire meglio la situazione in cui tutto questo avvenne è necessario calarsi nel clima storico e politico dell'epoca: da cinque mesi le truppe del Patto di Varsavia occupavano la Cecoslovacchia, il paese della Primavera di Praga. La "Primavera di Praga" appunto, come la definirono i giornali incarnava appieno l'idea di un paese del blocco comunista, che aveva intrapreso unprocesso politico di riforme per rivendicare la propria autonomia politica dall'egemonia sovietica e per avviare la creazione di "condizioni necessarie ad ogni individuo per autoaffermarsi in tutte le sfere del lavoro e della vita". Dopo oltre vent'anni di comunismo e di sottomissione a Mosca, sembrava che un popolo ed una nazione potessero risollevarsi e uscire dalla rassegnazione e dal conformismo imposto dal potere sovietico ai paesi della "cortina di ferro".Ma fu una speranza di breve durata. Tutti i giornali italiani furono molto reticenti. Per tre giorni, l'Unità mantenne la notizia fra le righe, fuori dal titolo; solo il 24 gennaio, giorno dei funerali, concesse la prima pagina. La ragione stava forse nell'opportunismo politico di chi sperava ancora in una mediazione pacifica fra gli invasori ed il gruppo dirigente del Partito Comunista Cecoslovacco.
Non tutti conoscono la storia di questo giovane, alcuni magari la ricordano per averla letta distrattamente su qualche libro di storia ai tempi del Liceo, altri l'honno frettolosamente liquidata come "il solito suicidio di un disperato..." Bhe' forse lo si può anche definire così: disperato, ma Jan Palach non faceva parte di un gruppo politico anticomunista, il suo non fu un gesto di arresa ma un modo per esortare il proprio paese a combattere per gli ideali a cui aspirava, non era un suicidio per disperazione, non era una resa definitiva, portata alle estreme conseguenze: era un'azione offensiva.
Il suo sacrificio è un simbolo. Il simbolo di una gioventù che non si piega alla legge del più forte, che non rinuncia alle proprio idee, che lotta per la democrazia e per la libertà e che è disposta a testimoniare il valore universale di questi ideali fino all'estremo sacrificio.
Jan Palach ha segnato, con il suo gesto estremo, la fine di una vita, la sua, e l'inizio simbolico di tante altre vite. Non fu neppure una sbagliata rinuncia a quel dono di Dio che è la vita, riconobbe il Vaticano. Un suicida in certi casi non scende all'inferno.
Sulle note di questo avvenimento un grande cantautore come Francesco Guccini, libertario e anticonformista, scrisse la sua famosissima "Primavera di Praga": "..., quando quel fumo si sparse lontano, Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava, all'orizzonte del cielo di Praga... Dimmi chi sono quegli uomini lenti, coi pugni stretti e con l'odio fra i denti, ... dimmi chi era che il corpo portava, la città intera che lo accompagnava, la città intera che muta lanciava, una speranza nel cielo di Praga, una speranza nel cielo di Praga, una speranza nel cielo di Praga... ".
Mariangela
Questo è un articolo scritto da Mariangela Trogu e pubblicato nella rivista "Graffiti" N°48, in occasione del decennale della stessa rivista.
Quante strade deve percorrere un uomo
prima di essere chiamato uomo?
E quanti mari deve superare una colomba bianca
prima che si addormenti sulla spiaggia?
E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone
prima che verranno abolite per sempre?
La risposta, mio amico sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento
Per quanto tempo un uomo deve guardare in alto
prima che riesca a vedere il cielo?
E quanti orecchie deve avere un uomo
prima che ascolti la gente piangere?
E quanti morti ci dovranno essere affinché lui sappia
che troppa gente è morta?
La risposta, mio amico sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento
Per quanti anni una montagna può esistere
prima che venga spazzata via dal mare?
E per quanti anni può la gente esistere
prima di avere il permesso di essere libere
E per quanto tempo può un uomo girare la sua testa
fingendo di non vedere
La risposta, mio amico sta soffiando nel vento,
la risposta sta soffiando nel vento
Il giornalismo in Italia è morto. Quello vero intendo. Perché giornali se ne stampano ancora, e tanti, e la stampa di questi giornali è finanziata dallo stato, con milioni di euro. Con i nostri soldi. In pratica con le tasse finanziamo una quindicina di testate giornalistiche, tra cui i quotidiani più venduti del paese, e poi se li vogliamo leggere dobbiamo pagarli di nuovo in edicola.
Come se non bastasse, quello che troviamo scritto nei giornali, non è la verità... o meglio è una varità parziale. Ci viene somministrata, come una dose di anestetico giornaliera, solamente una quantità limitata, parziale, della verità. Solamente il tanto che basta affinché le persone si sentano informate... anche se in realtà non hanno un'idea precisa di cosa stà loro intorno.
Perché questo è il volere degli editori, e i giornalisti devono obbedire se vogliono ricevere uno stipendio.
Nella televisione il problema è moltiplicato: l'informazione è completamente offuscata dal fatto che la verità non è un fatto certo ma opinabile. Un fatto certo in televisione diventa un'opinione, e questo succede nei salotti politici più importanti come porta a porta, matrix, ballarò. Programmi in cui vengono vomitati dalle parti avverse una valanga di dati in contraddizione tra loro. Dati che vengono presentati tutti come veri e certi. Il giornalista/presentatore si limita a spostare il microfono da una parte all'altra. Il risultato è solo la confusione.
Fino ad ora non mi ero reso ben conto della gravità della situazione perché non c'era un punto di riferimento in controtendenza.
Ma stasera è iniziato su raitre un nuovo programma: Rotocalco Televisivo. Enzo Biagi è tornato in televisione. La differenza adesso si nota, ed è talmente grande che il solo pensare a quegli altri leccaculo mi fa venire il voltastomaco.
Per fortuna hanno oscurato raidue... se avessero oscurato raitre avrei dovuto per forza comprare un decoder digitale per poterlo vedere.
Ho abbandonato il blog per più di una settimana perché quella trascorsa è stata talmente piena di impegni da non lasciarmi un pò di tempo per scrivere qualcosa.
Oltre allo studio c'è stata l'elezione del rappresentante dell'ersu, che abbiamo perso... e poi l'organizzazione del free drink per l'anniversario della fondazione dell'associazione Jan Palach. La festa è riuscita alla grande, nonostante fosse la prima che organizziamo. In qualche altro post metterò anche alcuni video della festa.
Oggi ho anche fatto il primo bagno della stagione. Il Poetto è ancora vivibile.
Qui sotto alcuni motivi per cui Bruno Vespa mi è molto antipatico.
Quando è stato condannato Previti al processo SME, Vespa ha fatto una puntata di Porta a Porta sul Viagra
Quando hanno condannato Mannino in appello, ha parlato di Cogne.
Quando l'Europa ha espulso Buttiglione, che noi volevamo mandare come commissario, Vespa parlava dei risvegli dal coma.
Quando il centrosinistra ha vinto 7 a 0 alle suppletive del 2004 da Vespa si parlava dell' isola dei famosi.
Quando Dell'Utri viene condannato a 9 anni per mafia, e Berlusconi prescritto per la tangente SME, da Vespa si parlava di reality show.
Quando Ciampi ha bocciato la riforma dell'ordinamento giudiziario, la legge-vergogna di Castelli, da Vespa si parlava con Boldi e De Sica, del solito film di Natale idiota.
La gente ha bisogno della verità. Non di una verità edulcorata, ma di quella più orrenda e scomoda, una verità che stimola i sentimenti degli individui, una verità che fa arrabbiare le masse e le induce a sollevarsi.
Vi Veri Veniversum Vivus Vici
Col potere della verità, vivendo, conquistai l'universo. Dott. Johann Faust
La prossima era sarà quella dell'idogeno. Passerà uno, forse due decenni, e poi sarà inevitabile.
Stanno ancora cercando di ritardarla, perché c'è ancora un pò di petrolio da poter vendere... ma ormai siamo agli sgoccioli.
Bush ha già ordinato la produzione di 45 miliardi di galloni di carburante alternativo, estratto dal mais soprattutto, per il 2017. Questa politica affamerà il terzo mondo molto più di quanto lo è già. Probabilmente scoppieranno altre guerre in Africa per questo.
L'idrogeno è una fonte inesauribile ed è già usato, ad oggi, per produrre energia elettrica. Per sfruttarlo è necessaria una tecnologia complessa che esiste solo da un paio di decenni. Per questo è ancora proibitiva la produzione di massa.
Il meccanismo però è semplice: lo illustro brevemente.
Il marchingegno si chiama "Cella a combustibile" ed è costituito da un anodo, un catodo, ed una struttura di supporto interposta tra i due, che assorbe l'elettrolita. Gli elettroliti sono diversi a seconda del tipo di cella. Il processo che si svolge in una cella a combustibile è inverso di quello dell’elettrolisi: nel processo dell’elettrolisi l’acqua, con l’impiego di energia elettrica, viene decomposta nei suoi componenti gassosi idrogeno (H2) e ossigeno (O). Una cella a combustibile inverte questo processo e unisce i due componenti producendo acqua. In questo processo viene liberata la stessa quantità di energia elettrica che è stata impiegata per la decomposizione, almeno teoricamente, perché in realtà un po’ di energia va dispersa a causa di altri processi fisico-chimici.
Nell’idrogeno è quindi immagazzinata energia elettrica o, in altre parole, l’idrogeno è un gas che consente l’accumulo di energia elettrica che può essere liberata con l’uso di una cella a combustibile.